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Widows - Eredità criminale

  • Uscita:
  • Regia: Steve McQueen (II)
  • Cast: Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elizabeth Debicki, Cynthia Erivo, Liam Neeson, Colin Farrell, Robert Duvall, Daniel Kaluuya, Brian Tyree Henry, Jacki Weaver, Viola Davis
  • Prodotto nel: 2017 da IAIN CANNING, STEVE MCQUEEN, EMILE SHERMAN PER SEE-SAW FILMS, FILM 4, NEW REGENCY PICTURES
  • Distribuito da: 20TH CENTURY FOX ITALIA (2018)
  • Tratto da: personaggi delle omonime serie TV (1983 e 2002)

Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Ambientato nella Chicago dei nostri giorni, in un periodo di agitazione e tumulti, quattro donne, senza nulla in comune tranne il debito lasciato dalle attività criminali dei mariti uccisi durante un colpo andato male, decidono di unirsi e prendere in mano le redini dei loro destini.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Chicago, giorni nostri. Un colpo finito male, una banda di rapinatori uccisi. A raccoglierne “l’eredità” le rispettive mogli, capeggiate da Veronica Rawlins (Viola Davis), nelle cui mani finisce il prezioso taccuino del defunto marito (Liam Neeson), sul quale sono appuntati i dettagli della prossima rapina. Sullo sfondo, le imminenti elezioni per il 18° distretto. A darsi battaglia sono Jack Mulligan (Colin Farrell), figlio del decano Tom (Robert Duvall), da una vita in carica ora fattosi da parte ma non per questo evitando di far sentire la sua ingombrante presenza, e il gangster nero Jamal Manning (Brian Tyree Henry), che proprio nei confronti di Veronica rivendica la sparizione di un paio di milioni di euro, andati in fumo nell’esplosione che ha messo fine alla vita del marito di lei. Steve McQueen adatta per il grande schermo (coadiuvato allo script da Gillian Flynn) l’omonima serie tv UK ideata da Lynda La Plante (in onda nel 1983 e poi rifatta negli States nel 2002) e costruisce un heist-movie al femminile parecchio muscolare e ricco di tensione, ma sin troppo smaccato in alcune situazioni e al limite dell’inverosimile in altre. A funzionare davvero è soprattutto la caratterizzazione di un rapporto, quello tra Veronica e Harry, il marito, che il film ci invita a scoprire in maniera retroattiva, incastonandone le dinamiche attraverso vari flashback che si insinuano nei momenti di maggior fragilità della donna, vedova ma non per questo irresoluta, dapprima totalmente (o quasi) all’oscuro dei traffici del consorte, ora capobanda di un terzetto (le altre due sono Michelle Rodriguez ed Elizabeth Debicki) a cui poco dopo si unirà anche la parrucchiera Cynthia Erivo, assoldata perché abile al volante. Thriller dall’ottimo andamento, capace di intrattenere senza particolari cadute di ritmo, esaltato dalle notevoli sequenze più prettamente action (il montaggio alternato ad inizio film che contrappone le tenere effusioni tra Veronica e Harry al frenetico inseguimento che si conclude con quella spettacolare esplosione), Widows – in cui tra gli altri troviamo anche Lukas Haas e Daniel Kaluuya (già protagonista di Get Out ), è il fratello sanguinario di Jamal – paga però pegno a causa di alcune scelte, sviluppi e intrecci il cui calcolo finisce per avere la meglio sulla credibilità stessa dell’intera narrazione. Già dalla scelta della caratterizzazione delle tre protagoniste (un’afroamericana, una latinoamericana, un’immigrata polacca) è particolarmente evidente la volontà di McQueen di “infiltrare” connotazioni socio-politiche al suo film, di genere quanto si vuole ma pur sempre impegnato. In alcuni casi eccede (vedi la sequenza in cui scopriamo come morì il figlio adolescente di Veronica), in altri sottostà alla misandria neanche troppo strisciante che struttura l’intera operazione (non c’è una sola figura maschile positiva nel film), finendo per trasformare il tutto in un film dalla tesi tanto palese quanto prevedibile.

  • Corriere della Sera

    Dopo aver esplorato rabbia, fame sessuale e schiavismo da Oscar, Steve McQueen parte in cerca d'amore e giustizia, con un codicillo sulla morte, prende a prestito una serie inglese '8o, la riscrive con Gillian Flynn (Gone girl) e ne esce 'Widows - Eredità criminale', thriller noir che scompone spazio e tempo con grande efficacia e tensione, con colpo grosso che parla di società, di immondizia elettorale, solitudine, avidità e povertà. (...) La storia ha un montaggio eccezionale, sorprese a botto, multiforme chiave di lettura, giallo e strepitoso melò: a scelta la vergogna del capitalismo, del razzismo, dell'imbroglio che si tramanda da Robert Duvall a Colin Farrell, mentre fan faville le quattro donne che hanno molto lavoro sporco da fare. Viola Davis tiene in pugno con pietas il film come un'arma da scasso; non le sono da meno la fast and furious Michelle Rodriguez e Cynthia Erivo.

  • Il Mattino

    Show di grandi attrici con qualche degno partner maschile messo di traverso alla trama, «Widows ¿ Eredità criminale» è un thriller a cinque stelle che permette al regista di «Shame» e «12 anni schiavo» di fondere al punto giusto le sue doti di autore e d'intrattenitore. Esempio già imprescindibile del sottogenere «heist movie», quello dei film sui colpi grossi, e stato girato da McQueen sulla base della sceneggiatura firmata dalla scrittrice del momento Gillian Flynn («L'amore bugiardo», «Sharp Objects»), a sua volta adattata dalle due omonime miniserie andate in onda sulla tv inglese tra l'83 e l'85. Si tratta, infatti, di un'immersione prolungata - poco più di due ore senza un attimo di tregua - in un girone infernale neo-amerikano dove i fatti e le immagini sembrano sempre sul punto di collassare sotto una gragnuola di conflitti di politica, classe, sesso e razza; il cui aspetto forte, peraltro, non sta tanto nel ribaltamento al femminile/femminista del modello corrente, quanto nella pertinenza stringente eppure - miracolo - mai demagogica o populista dei riferimenti attualistici. Chicago funge non a caso da scenario privilegiato perché, come hanno già colto cineasti importanti (tra cui lo Spike Lee di «Chi-Raq» del 2015 inedito in Italia), oltre a essere ormai contrassegnata dall'icona di Obama concentra nel suo inimitabile puzzle metropolitano tutte le contraddizioni più estreme del paese, dalle meraviglie del paesaggio naturale alle degradate periferie in fiamme, dai primati della tecnica, la scienza e la cultura alla corruzione degli ammiinistratori, dalla qualità e l'imponenza delle risorse pubbliche all'avidità irrefrenabile degli squali finanziari e le consorterie criminali. La spettacolare fotografia di Sean Bobbitt ne fa uno dei personaggi principali, paradossalmente eppure credibilmente fornito a tutti gli effetti narrativi di un «carattere» insonne, inesausto, intossicato e soprattutto schizofrenico esattamente come quelli degli abitanti/militanti delle contrapposte tribù che si danno battaglia dal primo all'ultimo fotogramma senza scontare handicap didascalici né concedere comode possibilità di scampo. Si corre con le emozioni già nel prologo che spezza l'ordine cronologico, grazie alla sequenza destinata a diventare esemplare per come affianca, nella pura lingua del cinema, l'adrenalina dell'assalto banditesco a quella del sesso tra coniugi innamorati (...) La presenza di alcune più o meno approfondite sottotrame ha indotto qualche critico a riscontrare salti di sceneggiatura e incoerenze psicologiche, ma a noi sembra, invece, che proprio le essenziali ma incisive digressioni concorrano alla riuscita di un film che ha slancio e compattezza in abbondanza per sbaragliare il fatuo svolazzo alla «Ocean's Eleven», non accontentarsi del solito reportage su un sottomondo babelico e impietoso e approdare a un aggiornamento memorabile della tradizione di rlassici del livello di «Giungla d'asfalto»o«Heat La sfida».

  • Il Messaggero

    (...) un noir canonico ambientato a Chicago, tra politici corrotti in cui bianchi e neri sono tutti uguali, si può trasformare in un originale dramma femminista armato di ottime intenzioni (la base è una notevole serie tv inglese del 1983) alla fin fine però più buffo che avvincente (come roteano e strabuzzano gli occhi questi clowneschi malavitosi), prevedibile nel colpo di scena decisivo e con momenti d'azione cui manca la giusta carica di violenta credibilità (soprattutto verso la conclusione della pellicola). È anche di una lunghezza estenuante. Si vede che il regista, maestro della provocazione erotica ai tempi di 'Shame' (2011) poi allineatosi alla correttezza con lo stucchevole e pluripremiato '12 anni schiavo' (2013), non ha la cultura necessaria per rispettare un genere cinematografico reso glorioso da artisti del calibro di Kubrick, Huston, Mann e Melville. Delle tre signore protagoniste l'unica che spicca è Elizabeth Debicki, brava a trasformarsi da bella oca in tostissimo cigno a mano armata. Qualsiasi nostro episodio tv di Suburra o Gomorra è di qualità nettamente superiore.

  • la Repubblica

    Il soggetto, tratto da una miniserie tv degli anni 80, sembrerebbe il più lontano dalle corde di Steve McQueen, regista che si è costruito una solida fama con titoli 'd'autore' come 'Shame' e l'Oscar '12 anni schiavo'. (...) Le perplessità sul connubio tra McQueen e l'heist-movie cadono del tutto vedendo il film. Un po' come era riuscito al collega Spike Lee con 'Inside Man', il regista britannico coniuga felicemente cinema di genere e cinema d'autore, aggiungendo note di melodramma sentimentale e una vena di satira politica. In realtà, a premergli non è tanto la sequenza di rapina (sintetica ed elettrizzante), quanto il ritratto di un gruppo di donne affascinanti.

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